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Brexit rinvio Gennaio 2020

Brexit, nuovo rinvio a Gennaio 2020. C’è da preoccuparsi?

Brexit: nuovo rinvio a Gennaio 2020. Con una mozione presentata lo scorso ottobre 2019 dall’ex deputato conservatore Oliver Litwin, l’accordo raggiunto tra il premier Boris Johnson e la Commissione europea per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea (Brexit) è stato sostanzialmente bocciato con 322 voti a favore e 306 contrari. Il Parlamento ha deciso di analizzare prima tutta la legislazione ad esso afferente e solo dopo di votare a favore o contro. Non essendovi più i tempi per rispettare la scadenza del 31 ottobre, il governo di Sua Maestà è stato costretto, ancora una volta, a inviare una lettera a Bruxelles chiedendo un’estensione del termine per fine gennaio 2020, cioè di ulteriori 3 mesi.

La sterlina aveva recuperato nelle sedute precedenti al voto di Westminster, scommettendo che questa sarebbe stata la volta buona e che il Regno Unito avrebbe evitato un nuovo rinvio un’uscita dall’UE senza accordo. Il cambio contro il dollaro si era portato in prossimità di 1.30 ad ottobre 2019, ai massimi da 5 mesi.

Cosa prevede l’accordo di recesso del Regno Unito?

E adesso? Iniziamo con l’analizzare l’accordo Londra-Bruxelles, che seppur non ancora approvato dal Parlamento britannico, continuerà a rappresentare una base di discussione tra maggioranza e opposizione nel corso dei prossimi mesi.

L’accordo sposta la barriera doganale UE nel Mare d’Irlanda, il canale che separa la Gran Bretagna dall’Irlanda del Nord. Quest’ultima resta “de iure” nel Regno Unito, ma alle sue merci verranno applicate le norme dell’Unione. Non saranno quindi imposti dazi sulle merci in transito tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord ed i controlli doganali verrebbero espletati da funzionari di paesi terzi. L’obiettivo dell’accordo consiste nell’evitare di ripristinare barriere doganali fisiche tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, tradendo le ragioni del “Good Friday Agreement”, sottoscritto nel 1998 tra le due Irlande e che ha sinora garantito oltre due decenni di pace sull’isola. Tali condizioni resterebbero in vigore per un periodo transitorio, di durata massima di 4 anni, volto al raggiungimento di un accordo post-Brexit, diretto a regolare le relazioni commerciali tra Regno Unito ed Unione.

Brexit: uno scenario preoccupante?

C’è da preoccuparsi quando e se (a questo punto) Londra divorzierà dal resto dell’Unione Europea? Perché la Brexit dovrebbe far soffrire l’economia britannica?

Due i timori principali: che fondi, assicurazioni e banche abbandonino Londra per spostarsi in capitali finanziarie concorrenti come Francoforte, Amsterdam o Parigi e che la chiusura commerciale dell’isola rispetto al continente faccia implodere i suoi commerci.

Dal referendum sulla Brexit del giugno 2016, è derivato un eccessivo pessimismo.

L’impatto per le relazioni commerciali

Sul fronte dei commerci, il Regno Unito ha chiuso il 2018 con una bilancia commerciale in passivo di 64 miliardi di sterline nei confronti del resto della UE, qualcosa come 72 miliardi di euro al cambio di fine anno. Tale risultato è il frutto di circa 105 miliardi di euro di passivo sul fronte delle merci contro un attivo di 33 miliardi relativamente ai servizi. Dunque, i britannici sono acquirenti di prodotti europei e venditori di servizi UK, essenzialmente legati al comparto finanziario (assicurazioni, banche, ecc.). Nell’eventualità dell’introduzione di barriere doganali tra Regno Unito e UE, ad accusare il colpo sarebbero principalmente le economie del Vecchio Continente, che maturano verso Londra avanzi commerciali anche consistenti in rapporto ai rispettivi PIL. La sola Germania, ad esempio, registra un avanzo commerciale annuo verso il Regno Unito tra 40 e 50 miliardi di euro, pari a una media dell’1,5% del suo prodotto interno lordo.

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L’impatto per il centro finanziario

Sul fronte finanziario, la fuga dei capitali dalla City tanto temuta da parte di analisti e mondo politico non c’è stata e probabilmente non ci sarà nonostante il rinvio della Brexit a Gennaio 2020 e nemmeno nel caso di un’uscita traumatica, cioè di uno scenario “hard” senza accordo.

La piazza finanziaria londinese capitalizza attualmente qualcosa come 3’800 miliardi di euro, circa il doppio di Francoforte, peraltro a fronte di un PIL della Germania di 1.4 volte superiore a quello inglese. Questo significa che l’economia britannica si mostra molto più “finanziarizzata” di quella tedesca. E non è un caso che sia così. L’approccio legislativo di Londra riguardo al mondo della finanza è all’insegna di quel “tocco leggero”, sconosciuto alla stragrande maggioranza degli ordinamenti europei. Londra ha una mentalità molto liberale negli affari, non lo stesso può dirsi di Francoforte o Parigi.

Questo non significa che la Brexit non possa colpire la City, specie per le incertezze giuridiche che ne derivano in questa lunga fase di transizione. Ad esempio, molti trader sono preoccupati dai contraccolpi che potrebbe subire il mercato dei prodotti derivati in euro, stimato in almeno 65.000 miliardi di sterline, se l’Unione dovesse decidere che i relativi contratti, a seguito della Brexit, debbano essere negoziati sul territorio comunitario.

Tuttavia, a nessuna delle due parti conviene forzare troppo la mano, se non per propaganda politica. Un terremoto finanziario non è nell’interesse di nessuno, così come tensioni commerciali. Le imprese europee perderebbero un mercato di sbocco ricco e tra i più grandi al mondo per le loro merci, mentre la finanza UK “brucerebbe” miliardi di fatturato verso la UE.

La rottura come fonte di opportunità

Comunque la si pensi, infine, il Regno Unito con la Brexit non solo manterrebbe forti legami commerciali con l’Europa, ma si aprirebbe ulteriormente al mondo, a partire dalle sue ex colonie riunite nel Commonwealth, nonché con gli USA per ricreare una sorta di “anglosfera” all’insegna del libero mercato. I britannici non si chiuderanno, anzi approfitteranno della loro giurisdizione liberale per fare concorrenza fiscale alla UE e ritagliarsi nuove quote di mercato nella produzione e nell’export e cercheranno di attirare a sé il massimo dei flussi dei capitali dall’Asia, in particolare, grazie a una City liquida e storicamente rassicurante per il capitalismo mondiale.

Se è vero che i prezzi delle case a Londra stiano registrando una tendenza calante da oltre 2 anni, contrariamente alla tendenza rialzista media nel resto del Regno Unito, questo sarebbe dovuto alle incertezze di questa fase e, fino a un certo punto, possiamo considerare un bene che i valori immobiliari si sgonfino un po’, creando le condizioni per un ritorno alla crescita nei prossimi anni e allontanando lo spauracchio di uno scoppio traumatico della bolla.

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2020-05-27T17:51:37+02:00