Notizie
& approfondimenti

Libri aperti
crisi Italia Coronavirus Euro

La crisi in Italia, l’impatto del Coronavirus e lo spauracchio di un’uscita dall’UE 

La crisi che sta colpendo l’Italia è il risultato di diversi fattori, non solo il Coronavirus. Da una parte, l’incertezza politica che vige ormai da un decennio costituisce un freno alla crescita del Paese, creando forte instabilità sui mercati. Dall’altra, l’emergenza sanitaria mondiale rischia di mettere in pericolo l’intero sistema Euro.

In un recente articolo, l’editorialista del Financial Times, Wolfang Munchau, analizza la situazione italiana e ipotizza tre possibili scenari tra cui una possibile uscita dall’Euro e dall’Unione Europea, soprannominata Italexit.

Primo scenario: intervento della Banca Centrale Europea

Una prima ipotesi prevede che la crisi in Italia venga arginata da un intervento dell’Unione Europea diretto a fronteggiare l’emergenza Coronavirus. Qualora questo scenario dovesse realizzarsi, non ci sarebbe pericolo, quantomeno nell’immediato, di un’uscita dell’Italia dall’Euro. 

Proprio lo scorso 18 marzo, Christine Lagarde, affermava in un tweet, divenuto virale, “Extraordinary times require extraordinary action. There are no limits to our commitment to the euro”

L’intervento della Banca Centrale Europea (BCE) si è finora concretizzato tramite l’adozione di misure di crescente intensità, facenti parte del programma di “asset purchase programme” (APP), di cui si era già discusso in un nostro precedente approfondimento

Misure come l’”Outright Monetary Transaction Programme” (OMT o Operazioni Definitive Monetarie), il piano anti-spread creato nel 2012, legato al programma del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) a cui ogni singolo Stato può accedere ma finora non ancora utilizzato, non sono viste di buon occhio dal governo italiano che preferirebbe optare per la realizzazione di un debito comune europeo, meglio conosciuto come “coronabond”. Proprio in questi giorni è in discussione la proposta franco-tedesca per la creazione di un “recovery fund” diretto a raccogliere 500 miliardi di liquidità attraverso l’emissione di titoli obbligazionari da parte della Commissione Europea. La differenza fondamentale rispetto al programma MES è che, facendo ricorso al “recovery fund”, non sarà necessario rimborsare i debiti. 

Un dettaglio non da poco che è fonte di ampie discussioni e suscita lo scetticismo di diversi Stati membri, soprattutto fra i paesi nordici.  

Cosa vuol dire tutto ciò? In poche parole, le scelte di politica economica del Paese sarebbero fortemente condizionate dall’Unione Europea e quest’ultime potrebbero essere contrarie, in tutto o in parte, ai programmi del governo nazionale.

Fiato sospeso fino al prossimo 18 giugno quando il Consiglio Europeo dovrà pronunciarsi sulla recentissima proposta della Commissione Europea di “recovery fund” i cui fondi, in parte a fondo perduto (500 miliardi di euro) ed in parte in forma di prestiti (250 miliardi di euro), saranno distribuiti fra i vari Paesi membri. 

Questa l’attuale proposta che vedrebbe l’Italia, proprio per la situazione estremamente critica che il Paese sta attraversando, in testa alla classifica.

Secondo scenario: default

Il secondo scenario vede l’Italia dichiarare spontaneamente il default sul debito. 

Il ventennio di stagnazione e forte rallentamento dell’economia che l’Italia si porta alle spalle combinato al Coronavirus potrebbero infatti non permettere all’economia di reggere il contraccolpo. 

In una recente analisi condivisa dall’agenzia di rating Cerved, si prevede che, su un campione di 30’000 aziende italiane, il 4.9% sarebbe a rischio default, percentuale che aumenterebbe significativamente se dovesse esserci una seconda ondata di contagi e misure di lockdown, fino al 15.5%. 

Anche l’ipotesi di default comporterebbe l’intervento della Banca Centrale Europea. Per i paesi che fanno parte dell’UE, la procedura prevede che uno Stato dichiari il default in accordo con il Governo dell’Unione e con la BCE.

In caso di default parziale, bisognerà approvare un piano di ristrutturazione del debito pubblico italiano nei confronti dei creditori. 

In termini concreti, il fallimento di uno Stato comporterebbe una forte sfiducia da parte dei mercati e rischierebbe, tra l’altro, di mettere in seria difficoltà anche gli altri Paesi della zona euro. L’euro subirebbe in primis una forte svalutazione e, anche qualora il quadro dovesse stabilizzarsi, l’Italia potrebbe trovarsi nella posizione di riuscire ad esportare con successo ma farebbe fatica ad importare, proprio a causa della mancanza di potere d’acquisto da parte della moneta.

Richiedi una consulenza

Contatto

Terzo scenario: uscita dell’Italia dall’Euro

Il terzo scenario è quello che prevede l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea. Anche questa ipotesi sembra, al momento, piuttosto remota. Il caso Brexit, però, ci insegna che nulla si può dare per scontato, sebbene in questo caso ci riferiamo ad un Paese profondamente diverso, anche e soprattutto in chiave socio economica, rispetto all’Italia.

 Qualora l’opzione Italexit dovesse prendere quota, l’Italia sarebbe costretta a saldare la propria posizione debitoria Target 2 (sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri della zona Euro) nei confronti della BCE. Da non dimenticare che il saldo Target 2 dell’Italia, a Marzo 2020, ha raggiunto quota 492 miliardi di euro (una cifra davvero altissima se consideriamo che la Grecia ha un saldo negativo di “soli” 30 miliardi mentre la Germania ha un saldo positivo superiore a 900 miliardi).

Tra l’altro, visto il contesto economico altamente instabile, c’è anche il rischio che alcuni paesi, come ad esempio la Germania, non siano più disposti a farsi carico delle difficoltà dei Paesi più deboli e decidano quindi a loro volta di uscire dall’Euro. 

Anche in questo scenario sarebbe necessario regolarizzare i saldi Target 2 e l’Italia si troverebbe di fronte alla stessa problematica.   

Nubi all’orizzonte: futuro sempre più a rischio per l’Italia

La situazione economica dell’Italia è estremamente problematica e destinata a peggiorare anche a causa della pandemia in atto, che lascerà segni indelebili. Un’ulteriore conferma di un quadro a tinte fosche arriva dall’analisi del giornalista Robert J. Samuelson apparsa recentemente sulle pagine del Washington Post.

Samuelson nell’articolo dal titolo rappresentativo “Why Italy’s debt matters for everybody” si interroga sulla sostenibilità del debito pubblico italiano che a fine anno, stando alle stime della società di consulenza Capital Economics, toccherà il 180% del PIL (contro il 120% in Francia o il 73% in Germania) e prevede che senza aiuti a fondo perduto da parte dell’UE l’Italia potrebbe essere costretta a lasciare l’euro.  

Approfondimenti

2020-06-21T11:18:37+02:00